L'OCCHIO QUADRATO DI MAURIZIO PIGOZZO

Una mostra indaga oggetti e forme trasformate in astrazioni fotografiche bianconero
 

Un ritorno al bianconero come scelta ponderata, frutto di una lunga e intensa attività di ricerca; fedeltà inalterata alla fotografia analogica. Maurizio Pigozzo non è un fotografo, o meglio, un autore, che indulge alle vie di mezzo. I suoi percorsi sono decisi e vanno a trovare la loro sintesi espressiva in quello che Lattuada chiamò l'Occhio Quadrato. La Galleria Gallerati di Roma ha ospitato la mostra Khepera confermando la linea dello spazio espositivo mirata in particolare a proposte capaci di legittimare il rapporto autentico tra arte e fotografia. Pigozzo infatti trae i suoi soggetti dalla materia o dagli oggetti, oppure dalla sua osservazione del mondo. Con una accurata restituzione delle forme crea astrazioni a volte geometriche, a volte informali confermando l'irrinunciabile funzione dell'inquadratura che consente di isolare, far propri e rinnovare i diversi significati della realtà esterna. La mostra ha presentato venticinque immagini stampate dall'autore, ed è stata presentata da Fausto Raschiatore.

Gianfranco Arciero

Dalla rubrica Appuntamenti di Fotografia Reflex,  Aprile 2008

 

 

 


 KHEPERA

di Fausto Raschiatore

 

Khepera è l'ultimo lavoro di Maurizio Pigozzo o, se si preferisce, il primo del nuovo ciclo. Il fotografo veneto, infatti, propone questo studio dopo una lunga assenza dalla ribalta della fotografia d'autore. Egli sviluppa un itinerario espressivo con il quale produce esiti visivi stimolanti e scandisce i termini di una ricerca che parte da un pretesto, spesso banale e insignificante, per disegnare un percorso d'arte che genera percezioni visuali inedite, innervate da accattivanti geometrie e profili di significativa bellezza grafica. Pretesti, quindi, come microcosmi carichi di potenzialità espressive che l'autore individua, esplora e interpreta a suo modo, secondo i propri codici linguistici, in un'ottica di studio e di sperimentazione: il particolare di un manufatto, un frammento di una vecchia tenda, un dettaglio di un portone abbandonato o il percorso di un raggio di luce nel buio di un sotoportego veneziano.

Khepera è un progetto per proporre un modo di esprimersi, per argomentare un punto di vista, ma è anche, al contempo, un viaggio narrativo di alto livello con un leggero tratteggio aristocratico, che coniuga il desiderio del fotografo di penetrare nell'intimo delle cose, indagate con l'esigenza di vedere oltre lo sguardo, tra i misteri e nell'anima dei soggetti/oggetti osservati. E' un bel diario di emozioni, quelle che vivono le dimensioni e le dinamiche del quotidiano e quelle generate dall'osservazione critica del reale, oltre ad essere una ricerca che visualizza e sintetizza riflessioni teoriche di ampio respiro culturale. Esse danno spazio e contenuti a entità espressive nascoste, in conseguenza dei processi linguistici elaborati dall'autore, anche attraverso l'utilizzo di tecniche manipolative in camera oscura. Pigozzo veste di personalità i pretesti che dissolve nella loro entità iniziale, e li ripropone, trasfigurati, in una dimensione inedita, con una identità nuova che va oltre l'osservabile e che esprime nuove soggettività.

L'autore cura direttamente l'iter che va dallo scatto alla stampa e vive con passione l'intero cammino creativo di ogni fotografia. Con cura e amore artigianali, com'è nel DNA dell'analogico di qualità. Immagini che sono sintesi di complessi e articolati processi elaborativi, quasi dei racconti intimi, come l'argomentazione di un concetto, la descrizione di una trama di studio, la sperimentazione iconografica, che danno luogo a una rete di significati che confluiscono in un convincimento per cui "Tutto cambia, nulla muore" (Ovidio, Metamorfosi, XV, 165). Per l'autore mestrino Khepera è un processo analitico di studio in cui si intersecano, con una connotazione onirica, visualizzazioni e post-visualizzazioni, e che forse anticipa approdi espressivi futuri, considerato, come diceva lo scrittore tedesco Ludwig Börne, che "Niente è duraturo come il mutamento".

Di questi scatti affascina l'equilibrio della composizione, organizzata e studiata in ogni dettaglio, la trama tonale dei chiaroscuri, coordinati e strutturati in un quadro di toni bassi, il collegamento tra i segni, che colloquiano tra loro costruendo una tessitura concettuale colta, oltre all'omogeneità della narrazione, calibrata nella sintassi espressiva e nella strutturazione portante. Ogni immagine è la sintesi di un percorso creativo che racchiude e fonde pulsioni segrete, spirituali, intimistiche e abilità espressive; tutte contribuiscono a produrre una fotografia in cui sono forti i rimandi all'informale, all'astratto, al materico: essenze linguistiche che portano alla mente un segmento, tra i più affascinanti, della grande lezione di Paolo Monti. Si pensi, per dare contenuto concreto al richiamo storico, a Omaggio all'informale del 1953, oppure al Manifesto strappato del 1956.

 

Dal catalogo della mostra Khepera, 2008

 


 

CONTRIBUTI CRITICI

 

E' magia artistica quando si amalgamano gli elementi indispensabili e si accende la luce misteriosa della creatività. L'ipersensibilità, l'armonia ottica, i flash che imprigionano la luce, i mille grigi che si amano tra attraenti sfumature, la tecnica matura... ed ecco l'opera di Maurizio Pigozzo. Un particolare, il passaggio del tempo, una tela attrraversata dalla luce, tutto reale nell'irreale del subconscio in azione, col "Duende" dominante. Pigozzo colloca l'obbiettivo dov'è il mistero, la solitudine, la bellezza; e la materia si fa viva, vittoriosa, "Saliente". Esigente, selettivo, autocritico con la sorgente che lo abita, col gioco della luce che strega. L'amore delicato, rispettoso, trasforma in bellezza le cose più comuni.

Nadia Consolani

Dal catalogo della mostra Khepera, 2008

 


 

La rigorosa disciplina che Maurizio Pigozzo si è imposto diventa il punto di partenza, la condizione indispensabile, per cogliere la ricchezza di un linguaggio e le qualità di un mondo poetico dove il senso di transitorietà si trasforma nel tempo lento della visione che lega la nostra esperienza percettiva ai mutamenti dei materiali e alla luce che li attraversa. Tra primitivismo e classicismo si snodano percorsi mentali carichi di suggestioni, in grado di evocare momenti alti della ricerca artistica contemporanea, con un uso della fotografia che sa recuperare, dall'universo materico, valori simbolici assoluti, svincolati da condizionamenti mondani. Mai prigioniero della forma indagata, scopre, nel suo nomadismo concettuale, le tracce di presenze celate tra le pieghe di una lamiera, tra i graffi di un vetro, tra le superfici scheggiate di un pezzo di legno, svelandoci l'artificio dell'arte mediante la magia di uno splendido bianco e nero filtrato da uno schermo: limite ultimo di mille verifiche, di mille contaminazioni.

Pier Paolo Fassetta

Dal catalogo della mostra Khepera, 2008

 


 

Maurizio Pigozzo cerca e crea la dimensione di fatti visibili con la fotografia e i risultati sono immagini che fanno riflettere. Se Cartier-Bresson definì la fotografia come il simultaneo riconoscimento del significato di un fatto e delle forme che visivamente lo esprimono, per Pigozzo il senso di questa ricerca appare come il risultato di una convinta adesione alla scoperta di fatti interiori che sono nascosti nelle pieghe di uno scatto. Le continue metamorfosi del nostro tempo vengono lette nelle sue immagini come una diversa dimensione della realtà che ci circonda e di cui tuttavia costituiscono un'altra e inedita dimensione. Quella dello scienziato che scruta l'infinitesimale è un compito simile a quello del fotografo che elabora frammenti di realtà in grado di stimolare nuove sensibilità percettive.

Gianfranco Vecchiato

Dal catalogo della mostra Khepera, 2008

 


 

PULSIONE

 A riprova, ancora una volta, che la fotografia non può essere incasellata in graziosi e scontati clichè che, pur dando sicurezza all’osservatore, lo obbligano ad una asfittica rigidità interpretativa, mi piace porre all’attenzione una parte consistente della produzione del mestrino Maurizio Pigozzo, di cui questa “Pulsione” rappresenta un buon esempio.





 






Riecheggiano in queste splendide stampe (perchè come “stampe” andrebbero appieno guardate, lette ed apprezzate) i tentativi di Strand, di Man-Ray, di Moholy-Nagy e di tanti altri di presentare, seppur attraverso approcci concettuali e tecnici diversificati, “la forma” concreta come ponte tra la rappresentazione “obiettiva” del reale e l’astrazione artistica. Nel tentativo di collocare queste fotografie su un preciso filone credo che il paragone più calzante sia con le opere di Siskind, caratterizzate dalla rinuncia alla prospettiva insieme all’accettazione della rigida “bidimensionalità” del fotogramma. Non è un caso infatti che Maurizio si affidi al medio formato piuttosto che all’asfittico ventiquattropertrentasei pur aspirando, suppongo, a formati ancora più grandi. La fotografia così riesce a convogliare l’emozione attraverso l’armonia circoscritta delle linee, delle superfici e delle forme. Lontanissime da uno stucchevole pittorialismo le opere di Maurizio ci obbligano ad entrare, attraverso una dimensione “altra” nel mistero della materia, vuoi che siano teli, stoffe, muri, lastre, oppure scorci di strade e di luoghi. Su tutte un’anima di luce che le innerva di una “pulsione” (appunto!) vitale, che ci consente da questa stessa “materia” di ripartire verso i sentieri dell’anima. Una fotografia certamente non nuova, ma non per questo non altamente apprezzabile,ricca com'è di cultura, eleganza e fascino.

 Walter Caterina
 
 Da Fotoarts.org, 2008
 
 
 

 

RIFLESSIONI SUL LAVORO DI MAURIZIO PIGOZZO

La luce è il vero soggetto della ricerca fotografica di Maurizio Pigozzo. Il suo lavoro è il dialogo che egli ha con il mondo, con le sue metamorfosi e tramite la luce ne esplora tutte le possibilità. Questa ricerca avviene per mezzo della psicologia e del colore nella prima fase, del rapporto luce/ombra, senza alcuna mediazione cromatica e analisi del particolare, nella seconda. Maurizio si rende conto che c’è un nesso forte tra psicologia, concettualità e creatività e tutte confinano con la sua fotografia. Questo avviene senza soluzione di continuità infatti, questa sua ricerca, apparentemente interrotta continua giacché, il confronto tra la sua coscienza e il fare fotografia attraversa la sua esistenza e si esprime in una ricerca fotografica in continua evoluzione. Maurizio fissa ora l’obiettivo nel particolare, nella trasformazione continua, Khepera appunto, che conduce con lo sguardo spietato dell’obiettivo, senza il passaggio a livelli successivi intermedi, all’anima delle cose. E’ lì che la luce svela intersezioni inaudite, texture fantastiche, rivelando mondi paralleli sconosciuti. E’ lì che trova ragione d’esistere la sua ricerca, il suo indagare, su superfici materiche sempre diverse, lo spirito rivelatore della luce, nel suo contrapporsi all’ombra, nell’eterna lotta tra chiaro e scuro, bianco e nero, yin e yang, bene e male. Scrutando attentamente le sue fotografie è possibile cogliere l’anima latente delle cose che solo il vero artista percepisce e può rivelare.

Roberta Zambon Zappia
nobmaz@virgilio.it
2010

 

"Quando le porte della percezione si apriranno
tutte le cose appariranno come
realmente sono: infinite."

 
 
 

              

                                               

   

         

 

 LA SOTTIGLIEZZA IN UN MIRINO

  Un modo non usuale di "vedere" attraverso la lente, in cui sottilmente espande la sensibilità. Una costruzione che si edifica nella significazione dell' "Estetica" non comune, non consumistica. La "bellezza" forse ideata, forse seguendo una vena crescente... dove l'esteticità non si coniuga con "l'attraente". Nell'antichità l'estetica si fondeva con la logica. I filosofi greci hanno provato a guardarla attraverso una "proporzione / unione / armonia". Essere "bello" era essere "perfetto", essere "ideale"? Si, tanti furono coloro che hanno dedicato tempo allo studio del "bello". Con l'idea aristotelica inizia la visione dell'individualizzazione artistica: il "bello" si trova nell'egida umana. Sappiamo che l'Essere umano non è perfetto. L'Essere umano ha il diritto di errare, anche di vivere nella sublimità e nell'angoscia del suo tempo e delle sue idee. Scegliere un "oggetto", catturarlo e immortalare un'immagine: per tutto questo dobbiamo ringraziare l'arte fotografica che, affidandosi all'azione della luce, ha dato inizio alla registrazione delle immagini, paralizzando il flusso di un tempo, di un momento!  Attraverso la sensibile ottica di Maurizio Pigozzo possiamo contemplare il mutevole trasformarsi degli Esseri, dell'inanimato e della natura. L'artista immortala sguardi di quelli che attraverso la loro vivenza raccontano una storia, una verità sociale e mutamente parlano: la loro voce  arriva  come la luce, emerge naturalmente. Concordando con Francesco De Sanctis "la semplicità è la forma della vera  grandezza". In questo contesto di "grandezza", sentendo le persone di umile vita, ammiriamo le opere fotografiche dell'artista. Maurizio presenta il "Bello", provoca la realtà, oltrepassa la convenzione "bellezza sinonimo di ricco e pulito". Generando una "eccitazione" in chi si affaccia agli sguardi della sofferenza, all'umiltà delle persone bisognevoli e all'abbandono di luoghi dimenticati. Consentire la visione delle fotografie di Maurizio è percorrere un ventaglio "crudo e bello", "urlante e muto": un percorso estremamente umano/prezioso dove solo possiamo aguzzare la nostra visione del prossimo e del mondo!

Monica Martins
info@monicamartins.it
 2011